PARTIAMO DALLE NOSTRE STORIE

Ciascuno di noi ha una sua storia, personale e legata ad un luogo, a delle consuetudini che prima di essere personali sono già in una qualche misura “sociali” (o meglio legate ad un “man”, ovvero quel “si impersonale” che il filosofo tedesco Heidegger collegava a consuetudini che noi già riceviamo preconfezionate). Noi riceviamo “filogeneticamente” (ovvero a livello di evoluzione biologica) il frutto di una selezione naturale di cui noi siamo semplicemente dei “ricettori passivi”; da un punto di vista “ontogenetico” (ovvero dell’esperienza personale) viviamo in un mondo già “esperito da altri” che in un qualche modo ancora una volta ci “situa” (altra terminologia heideggeriana), ovvero ci “getta” in questo mondo già costituito. Cosa significa questo? Sempre Heidegger ci dice che leggiamo come “si” legge, ci divertiamo come ci “si” diverte, amiamo come “si” ama, e la lista potrebbe proseguire all’infinito. Il mondo della tecnica moderna ha poi dischiuso un “ambito esperienziale” che pur collocandosi ancora una volta sotto “la dittatura del si” rompe con consuetudini e tradizioni secolari. Cambia il paradigma esperienziale; non più (come già sostenuto da Galimberti in un suo testo assai impegnativo “Psiche e Tecnè”) l’uomo padrone dell’apparato tecnico, bensì spodestato da questo apparato e “condannato” a esserne un semplice funzionario. Questo ci pone di fronte ad un problema, è la tecnica e non più l’uomo il vero protagonista del “progresso”. Tuttavia Heidegger che da buon filosofo aveva gli “anticorpi”, per evitare l’atteggiamento di un ingenuo sentimento “passatista” riteneva di dover indicare delle possibili vie di sviluppo per uscire dalla nuova “dittatura” del si. Tutte le cose “sono” anche quelle frutto della tecnica, ecco forse l’invito ad un “mercato più etico” (la cosiddetta terza via dell’economia amica). In secondo luogo, la responsabilizzazione che richiede un fare politica lungimirante (il riferimento è alla Repubblica di Platone che parlava di politici-filosofi); dove può la tecnica raggiungere il suo limite? Se da un punto di vista etico il fare tecnico risulta inaccettabile si può forse metterlo in discussione e avviare procedure alternative. E’ lo stesso discorso del mercato solidale, laddove le brutali leggi di mercato sembrano sconvolgere il “benessere collettivo” si può pensare ad un intervento mirato dall’alto per prevenire “guasti sociali”. Ritorniamo ora al tema iniziale, il “fare esperienza” è sempre contestualizzato, siamo figli di una certa epoca e di un certo territorio, tendiamo quindi a relazionarci con altri (e con i nostri territori) seguendo un codice etico che, sia pure lasciandoci un certo margine di scelta, ci viene dall’evoluzione (ritorniamo all’aspetto filogenetico del nostro agire, ad un senso di responsabilità che è forse nei nostri geni in quanto specie e non solo individuo singolo). La dittatura del “si” heideggeriano ci spoglia forse di ideali, ci uniforma, ci fa soggiacere ad una sorta di “inconscio tecnologico” (termine introdotto di recente in ambito psicologico junghiano per designare appunto un dover fare le cose in un certo modo perchè così vuole l’anonimato tecnologico) che ci limita nelle nostre scelte. Si può però forse uscirne se prendiamo sul serio l’imperativo junghiano dell'”individuarci” ovvero del prenderci sul serio come individui che cercano di uscire dall’uniformita per rendersi unici e irripetibili (non siamo clonabili così come non lo è Via Gaggio). Ecco l’importanza della nostra storia, della storia di una difficile “individuazione” (il termine è preso dalla psicologia junhiana), che richiede un’esperienza di cose e persone, di luoghi e culture di appartenenza o “diverse”; noi siamo nella misura in cui la nostra attenzione è già al di fuori di noi, nel mondo. Ancora una volta siamo riportati ad un forte senso di responsabilità, ogni epoca richiede uno sforza per uscire dall’anonimato e farsi sentire…la nostra richiede forse maggiore coraggio, ma si può esserne alla fine ricompensati. Un certo crede sembrerebbe farci credere alla concretezza delle cose e lasciar perdere gli ideali…chi però dice questo ci vuole “deresponsabilizzati”, quindi bambini. Insomma chi dice che la terza pista di Malpensa bisogna farla per forza? Il progresso? Quale?

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