DON GALLO PER VIA GAGGIO

Don Andrea Gallo ha presentato ieri sera a Vanzaghello il suo meraviglioso libro Così In Terra, Come In Cielo.
La nostra Lorena gli ha chiesto una dedica speciale. Eccola qui sotto. Grazie Lorena e Grazie Don Gallo!

 

Sempre più persone dei più disparati settori della società disgustano il progetto eco-assassino della distruzione di Via Gaggio. E di tutto il resto. Altro che trattare! Non si tratta con chi ci maltratta.
Lottare per Via Gaggio significa difendere il Parco del Ticino, l’ecosistema, la biodiversità, non soltanto una strada di brughiera lunga due chilometri. (Associazioni lonatesi, non fate errori madornali. Vi preghiamo.)

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One response to this post.

  1. Posted by Balice Nicola on 10 ottobre 2010 at 9:19 pm

    Che finalmente si possa pensare alla fede come ad un dono che ci coinvolge come persone nella loro totalità, che vada al nucleo delle cose e che ci invita a spogliarci di ogni ipocrisia, questo è un grande dono. Rimango all’interno di una concezione cristiana, perchè molti tra noi (e tra questi il sottoscritto) hanno ricevuto un’educazione cristiana; un’educazione che molti danno per acquisita, ma che non approfondiscono o lasciano cadere nel nulla, salvo recuperarne in un secondo tempo degli aspetti per ragioni identitarie e di comodo. Da un punto di vista evolutivo (mi riferisco all’evoluzione psichica individuale) sappiamo oggi come il pensiero religioso (quindi anche non cristiano) sia un aspetto importante della nostra evoluzione in adulti; pare che (così diceva Carl Gustav Jung) un sentimento religioso arrestatosi ad una fase infantile possa evolversi in due direzioni: o in quella di un ateismo poco fondato perchè contrassegnato dall’elemento che vorrebbe negare (ovvero il riconoscimento sempre e comunque di un Dio padre) o verso una religiosità conformista (diceva lo stesso autore che in un orientamento troppo collettivo della vita la vera moralità individuale va in crisi). Lo stesso ateismo (quello vero, vissuto e profondo) riconosce sempre in un atteggiamento religioso quello che noi non siamo; ovvero un tutto che tende ad esaurire la realtà. Qual’è a questo punto il nocciolo del problema? Direi uno solo in modo particolare; il non porsi il problema della trascendenza per una sorta di pigrizia interiore; come dire che per essere felici, in armonia con sè stessi, non resti che accettare regole di mercato che ci perdono di vista come individui; stare all’interno di questo ingranaggio, di un’informazione che rimanda solo a sè stessa, di pseudo-teorie che vedono lo sviluppo come accrescimento di beni, tecnologie e informazione pret-a-porter. E’ l’atteggiamento di chi dice che il progresso vuole la terza pista (e magari la quarta), che bisogna seguire regole imposte da altri, il cui potere è semmai nelle mani di un’idolatria che non è più un dio della tradizione (che forse anche se temibile qualche imperativo etico ce lo poneva), ma il profitto (e l’idea di un tipo di società a base capitalistica). Per riassumere credo che un primo passo per rendere l’utopia almeno in parte praticabile sia, almeno, di poter ancora commuoversi di fronte al paesaggio della valle del Ticino che si apre dal balcone di Tornavento, saper cogliere odori e profumi ed ergere almeno la difesa del creato come punto di partenza per pensare ad uno sviluppo possibile. Non si può infatti (nonostante tutta la tecnica di cui disponiamo oggi) pensare ad uno sviluppo infinito quando le risorse rimangono finite (teorie neomalthusiane); ciò non è sostenibile; qualcuno però in modo semplicistico potrebbe dire che la difesa della biodiversità è un’ossessione di pochi ecoinvasati, la si può certamente difendere, ma dopo lo sviluppo…E’ un’idea che non tiene presente il fatto che l’uomo/donna è un animale simbolico, non solo “fatti e misure” , necessita quindi di un mondo ricco di vita ove ciascun essere vivente possa trovare il suo posto e la sua giusta dignità. Questo è il nostro imperativo etico, ciò che una religiosità profonda (non necessariamente istituzionale) ci chiede; il mezzo, ovvero la tecnica, va usato per il nostro fine di progettare comunità nuove, ma nel rispetto di quello che noi siamo. Se il mezzo diventa fine (e molti studiosi ritengono il processo irreversibile o incontrovertibile, almeno per ora) allora il problema sarà la nostra alienazione dalla nostra natura di “esseri etici” (pur ammettendo coma nostra natura anche quella dell’uomo fabbrile che produce e trasforma). Occorre credere ancora nelle favole o nei sogni, non però in modo infantile, ma solo per ribadire che pur adulti ed esseri razionali ed “equilibrati” noi crediamo ancora nei sogni, una cicogna che spicca il volo da un nido sul tetto di una casa o un tramondo che accende un paesaggio e ci pone di fronte all’infinito, il nostro bisogno religioso di pensarci, parte di un ecosistema e di una storia, che interessi parziali e certe visioni di progresso illimitato non hanno alcun diritto di CANCELLARE.Ecco il vero sentimento religioso, non pensarsi mai fini a sè stessi, ed è questo un aspetto che chiunque, indipendentemente dal suo credo religioso, può condividere. Non lasciamo mai che un certo tipo di sviluppo (o modello di sviluppo) possa veramente dire la sua ultima parola!!!

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