SERATA ECOMUSEO

Lo avevamo annunciato a Giugno, ne avevamo riparlato in occasione dell’approvazione della mozione in Consiglio Comunale, ora è giunto il momento di parlarne con la gente. Per questo motivo, caro Gaggionauta che passi di qua, segna la data del 17 SETTEMBRE 2010 sul calendario o sulla tua agenda.

Perchè questo? In quella sera presenteremo alla popolazione la nostra idea di ecomuseo, dopo aver chiarito e spiegato il significato di Ecomuseo. Lo faremo nella splendida cornice della sala “Ulisse Bosisio” del Monastero San Michele di Lonate Pozzolo, nella centralissima Via Cavour, proprio di fronte al Palazzo Comunale.

Presenteremo la nostra proposta, sperando di riuscire a coinvelgere altre persone e altre associazioni lonatesi.

Ne approfitteremo anche per presentare il corto su Via Gaggio, realizzato lo scorso Luglio. Avremo presente la produttrice e gli attori che hanno contribuito a realizzare questo progetto.

Presenteremo inoltre anche le prossime iniziative….come quella della serata POESIA & MUSICA  per VIA GAGGIO.

Quindi amico Gaggionauta, segna la data e non prendere altri impegni…VIA GAGGIO ti aspetta!!!

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One response to this post.

  1. Posted by Balice Nicola on 14 settembre 2010 at 9:00 pm

    Un ecomuseo per riappropriarsi del proprio territorio! Questo potrebbe essere il titolo della serata, perchè chi un territorio l’ha vissuto non può vederselo depredato da “colonizzatori di turno” che promettono sviluppo, posti di lavoro ed opportunità. Chi fa questo o è un furbo, oppure un farabutto; sappiamo tutti che la terza pista non serve, ma se gli amministratori (il riferimento naturalmente non è alla categoria, ma ad alcuni irresponsabili) avessero davvero a cuore le comunità potrebbero veramente fare molto per creare occupazione, sviluppo senza svendere per pochi soldi il nostro territorio. Questo a parte, il mio discorso vorrebbe ora tornare al discorso di “ecomuseo”; sappiamo come un ulteriore avanzamento del movimento ambientalista oggi (mi riferisco non a partiti politici, ma ad un pensiero alternativo al sistema attuale di produzione della ricchezza, forse trasversale a buona parte dei partiti oggi esistenti) sia quello di ripensare il concetto di ambiente; non più solo natura protetta o sviluppo ecosostenibile, ma anche (oltre a tutto questo) territorio che si fa storia, perchè è nell’ambiente che ci circonda che noi troviamo la nostra identità. Questo vale come relazione con altre soggettività in rapporto ad un mondo materiale che al cospetto dell’uomo si “spiritualizza”. Cosa vuol dire? Semplicemente che, muovendoci nel mondo, per forza di cose trascendiamo gli oggetti verso i loro possibili; e trascendiamo anche gli altri nel momento in cui cerchiamo una relazione profonda (che non può prescindere dalla sua storia, che è anche storia in un territorio); così potremmo forse pensare ad un mondo fatto di cose (utensili secondo un approccio da uomo/donna “fabbrile”) che trascendendole potrebbero svelarci un loro lato diverso (la loro affettività appunto). Una relazione che includa quindi la storia, l’altro con la sua storia (quindi ontologicamente parlando anche i suoi possibili), e noi stessi che ci progettiamo in questo ambiente o territorio. (naturalmente la questione è un pò più complessa di come è stata qui esposta). Purtroppo solo a livello idale si potrebbe pensare in questi termini, la politica spesso dimentica i suoi compiti, e non solo nei cosiddetti paesi del Terzo Mondo, ma anche qui da noi a due passi da casa può diventare succube di una società per azioni che ha come suo scopo principale il “profitto”, e che in nome di questo subordina ogni azione, concedendo magari alcuni benefici alle comunità locali (spesso perchè costretta) derubandogli però il suo territorio. E’ quello che la colonizzazione ha comportato per molti anni per popoli dotati di una cultura diversa dalla nostra occidentale (più o meno evoluta sul piano materiale, ma non per questo inferiore), disastri sociali e ambientali in nome di un progresso “relativo”, dove a depredare le risorse naturali dei paesi in questione sono stati uomini privi di scrupoli; insieme al territorio questi popoli hanno progressivamente abbandonato la loro cultura per abbracciare quella dei vincitori (ne parla assai bene Walter Benjamin, un filosofo francese dalle idee radicali che a questa problòematica ha dedicato una buona parte dei suoi studi), e le cose non sono migliorate con la “decolonizzazione”; perchè questo discorso a riguardo di un “ecomuseo”? Semplicemente perchè un territorio è storia, cultura, e se oggi lo si vuole cancellare perchè lo vuole l’attuale sistema di produzione, questo non vuol dire che è giusto. Certamente non si può pensare di mettere sotto una campana di vetro tutto il territorio, mantenerlo nella sua totalità immutato, si può però intervenire anche per migliorarlo (come è stato fatto in Via Gaggio dai volontari agli inizi degli anni ’90); capire che se il pensiero contemporaneo ha concepito la realtà come assoluto divenire (distruggendo però ogni riflesso di una realtà immutabile ed eterna garanzia di un ordinamento etico anch’esso immutabile), questo può forse rientrare all’interno di quella morale dei vincitori (di cui parlavo prima) che tutto vuole che sia modificabile ad eternum. Un punto di vista che nasconde un’arroganza (e aggiungerei una miopia) radicale. Come nel sottosuolo si deposita una ricca storia geologica, così nel territorio si depositano storie e tradizioni che vanno valorizzate, pur nel cambiamento, perchè se il cambiamento avviene comunque (frutto di movimenti ben più forti di quelli che le singole comunità possono opporre), noi possiamo però ricondurlo (attraverso un’azione politica intelligente) all’interno della sua normale “vocazione etica” (ovvero di tensione verso un fine che è il benessere collettivo). Il nostro modello di produzione che è finalizzato all’accrescimento di ricchezza (più efficace certamente di quello comunista) ha perso di vista l’uomo/donna, e si sta perdendo nei rivoli di un cambiameto senza storia che si fonda sul fraintendimento (alla base della nostra cultura, e qui penso ad un pensatore come Emanuele Severino) per cui l’ente (ciò che è) e il niente equivalgono (l’estrema follia). Al sistema di produzione conviene questo pensiero, non esistono culture in grado di contrastarlo perchè, da un lato nei paesi consumistici l’idea stessa di consumo è in linea con questo pensiero di produzione e annientamento, dall’altro i paesi in via di sviluppo non possono fare a meno di renderlo proprio (con il miraggio di uno sviluppo limitato). Ultima provocazione: forse che i segni del crollo della civiltà della tecnica (intesa qui naturalmente come sistema di produzione) non siano già visibili ora, all’interno di suddetto sistema; iniziative a sostegno della biodiversità. azioni di tutela, proposta di commerci più equi, e perchè no, “ecomusei”, perchè se si vuole unire i popoli (penso in questo caso all’Europa, ma non solo)occorre partire dal basso, dai nostri territori, che tanto dicono di noi e della nostra storia.

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