COSA RIMANE QUANDO NON SI CREDE PIÙ NEI SOGNI?

Rimane un nulla, un vuoto incolmabile laddove si può credere che tutto può essere profanato, una piccola edicola, un San Francesco simbolo, per credenti e non, di un’umanità semplice, non povera come si potrebbe sbrigativamente concludere. Certamente noi tutti sappiamo della provocazione di San Francesco, che volle prendere il Vangelo alla lettera e vivere di solo amore per Cristo o per il creato. Il Cantico delle Creature è un esempio di questo amore traboccante, di questo stupore di fronte ad un creato bello, sublime, che ci rimpicciolisce di fronte ad un Assoluto ma che nel contempo ci eleva spiritualmente. Ora, non sto facendo un’apologia di San Francesco in chiave cristiana, ma richiamare alla forza di certa simbologia religiosa al di là del credo di ciascuno di noi, cristiani, musulmani, induisti o semplicemente laici. Noi sappiamo che esiste nell’uomo uno strumento che si chiama “cultura” e che corrisponde ad una nostra seconda natura. La cultura è come un utensile, ci permette di vivere; i suoi miti hanno questo compito, placare l’angoscia e dare un senso a quello che facciamo, alla nostra vita e alla nostra vicenda terrena. L’umanità nel suo stadio più alto direbbero certi filosofi positivisti, un pò ingenuamente, è riuscita attraverso la “razionalità” a dissipare paure ataviche, ad emanciparsi dal senso del religioso, a diventare lui stesso un po’ Dio (e pensiamo al mito prometeico). La razionalità è certamente uno strumento importante, frutto dell’evoluzione, ma non è tutto; la ragione scientifica ha bisogno della ragione simbolica, dei miti, dei sogni, del senso che non si lascia cristalizzare in un feticcio, ma che ci sfida verso un senso ulteriore. San Francesco e la sua edicola in Via Gaggio ci richiamano ad un senso più profondo del vivere, in opposizione ad una incapacità di attribuire un senso alle cose che non “producono”, che non sono “strumentali” e che servono solo come cibo dell’anima; San Francesco, il cui affresco in Via Gaggio ci rimanderebbe a questa semplicità, ad una dimensione dello spirito che non è solo razionalità, ma che riconosce un di più, un senso simbolico, appunto. Credo che, lungi dal considerare la razionalità un fatto negativo (e noi sappiamo che ha una sua ragione sia in termini storici che più propriamente evolutivi), essa necessita di un’integrazione, affinchè l’uomo ad una dimensione di Marcuse (l’uomo consumatore in una civiltà a capitalismo avanzato) sia in grado di attribuire un senso a quello che fa e vive. Sono i sogni, questo senso, la possibilità di un mondo migliore, la prospettiva di una rinascita cui rimanderebbe la nozione di “viaggio” verso regioni dell’anima inesplorate (spazi anche fisici). Il PARCO DEL TICINO è questa condizione dello spirito per chi viene da fuori, il simbolo di un tempo che se passa, ha mantenuto in sè qualcosa del passato e della nostra storia. Anche per chi viene da fuori visitare il Parco significa arricchirsi dentro di una forma di conoscenza “simbolica”, una conoscenza che è più una condizione dello spirito, un saper leggere i segni del tempo, un’attenzione a ciò che apparentemente è di nessuna importanza, ma che un animo semplice è in grado di cogliere. Ecco il nostro sogno, un’umanità ancora capace di stupore come San Francesco che parlava agli uccellini, un’umanità semplice, adulta, ma ancora “fanciulla”; il fanciullino di pascoliana memoria….Saper viaggiare è quindi un’arte, che richiede semplicità nall’ascoltare storie di uomini e paesaggi; il Parco del Ticino richiede quest’attenzione, un turismo dolce, di scoperta esteriore, paradigma di una conoscenza interiore (se è vero che in quest’ottica ogni esperienza è interiore ma esteriore insieme). Per concludere vorrei dire che la razionalità scientifica è (a tutti i livelli e quindi anche ad un livello più semplice, perchè personale e non formalizzato, di orientamento quindi) un bene prezioso che, se integrato con il “puer”, ci può aprire nuove atrategie di sviluppo ecosostenibile: “come dire che i problemi della tecnica si possono risolvere con la tecnica”. Si può essere come San Francesco, saper ascoltare un rumore nel sottobosco, un cinguettio, ammirare uno scoiattolo e al tempo stesso essere pienamente coscienti delle sfide che, l’ecososteniblità e la tutela dell’ambiente continuamente ci pongono (e che richiedono competenze di un certo tipo). Questo perchè il PARCO DEL TICINO (come tutti i parchi del resto) è paradigma di questa umanità che si coglie storicamente, e che cerca un superamento delle proprie contraddizioni. E’ come dire che non ci può essere crescita senza storia…

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